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Storia della Casa di Cura

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Storia della Casa di cura Una collina di sabbia dorata lasciata dal mare un milione di anni fa, quando il Lazio non era. È l’antico colle dai Romani denominato “Clivus Cinnae”, nel Medioevo “Monte Gaudio” e più tardi detto “Monte Mario” per la villa qui edificata da Mario Mellini alla metà del ‘400 e oggi sede dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e del Museo Astronomico e Copernicano.
Nel Lazio e in particolare a Roma, non sono soltanto i Pontefici, i principi di Roma e della Chiesa, a gareggiare nel costruirsi al di là delle antiche mura, nell’armonia della natura “casamenti che sono palagi di Signori”.
Accanto a Villa Madama, Villa Medici, Villa della Farnesina, Villa Doria Pamphili, per limitarci alle più famose, nobili e letterati amanti dell’isolamento campestre, si spingono alla scoperta di luoghi ameni per edificarvi dimore extraurbane. Sito privilegiato la verde altura di Monte Mario punteggiato di pini e cipressi, e allori. Un belvedere naturale sulla Città Eterna che lo sguardo abbraccia e ammira al di sopra delle rovine, delle torri, dei palazzi, delle sinuose anse del vecchio Tevere, della teatrale cupola di S. Pietro. Sfondo la linea dei Monti della Sabina e gli azzurri Colli Albani.
La storia delle ville suburbane sorte dalla seconda metà del ‘400 a tutto il ‘500 lungo le pendici del Monte ha pagine più avvincenti di quelle di un romanzo. Pagine vive, vibranti di amore per il luogo, affollate di personaggi e loro ricordi a formare un variegato caleidoscopio che ci trasporta nella Roma di allora. Descrizioni interessanti e ricche di episodi, notizie di incontri, dialoghi e leggende alle quali si può fingere di credere.
Un duplice filare di cipressi impettiti e severi conduce ad una villa elegante e di armoniose proporzioni. Chiusa tra verdi quinte di pini e cipressi e alberi dai rami frondosi la Villa Stuart ha “novella” intrigante, misteriosa, popolata di spettri che sopravvive e persiste da circa due secoli. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se da qualche parte con un brivido se ne parli ancora.
Nel XVI secolo, durante un loro prolungato soggiorno romano, due fratelli savonesi, i nobili Giovan Battista e Alessandro Siri, sulla scorta delle testimonianze classiche del richiamo letterario e della personale vocazione per il paesaggio, acquistano e ristrutturano una sontuosa villa sull’antichissima Via Trionfale.
L’ospitalità munifica dei Siri, raccoglie in conviti letterati, eruditi e artisti che nella fastosa dimora gustano la bellezza, la gioia, l’arte della natura.
La temperie tardo-rinascimentale della vita in Villa Siri è descritta, con elegiaca e dettagliata “cronaca” dal “vicino di casa” l’assiduo convitato Giano Nicio Eritreo (nome latino di Gian Vittorio Rossi). Nel suo “Convivium villae Syrorum” in forma di dotto dialogo con il suo ospite, illustra da romantico ante-litteram lo splendore dell’edificio, ammira gli alberi secolari, le aiuole fiorite, i sentieri ombrosi, i viali obliosi, le note argentine dell’acqua e decanta la serenità “aerosa” e la salubrità dell’aria. Una continua festa dell’occhio e dello spirito.
Di secolo in secolo Roma ebbe sempre il vanto di ospitare personaggi illustri, compresi molti monarchi che scelsero la Città Eterna per il loro dorato esilio. Vi cercò pace ed oblio anche la famiglia reale degli Stuart esclusa dal Parlamento inglese dalla successione al trono d’Inghilterra con l’Act of Settlement del 1701.
Per l’ubicazione e la bellezza dell’edificio e del parco, la Villa Siri venne scelta da James Francis Edward Stuart (per i suoi sostenitori scozzesi Giacomo III re d’Inghilterra e VIII di Scozia) quale dimora suburbana per sé, la moglie Maria Clementina Sobieska e i due figli Carlo Edoardo e Enrico. Il secondogenito, Enrico Benedetto Duca di York, rimasto ultimo discendente di Maria Stuarda e ultimo pretendente al trono d’Inghilterra, assunse il nome di Enrico IX d’Inghilterra e d’Irlanda. Trascorse la sua vita a Roma dove era nato e Frascati dove morì. Eminente figura di prelato visse sempre con dignità regale e non rinunciò mai ai suoi diritti dinastici.
La Villa, divenuta successivamente proprietà dei Carpegna, è da questi alla metà del XIX secolo venduta alla contessa Emmeline Bathurst de Castle Stuart, imparentata “per li rami” con la stirpe Stuart. La famiglia Bathurst aveva vissuto tragici eventi. Nel 1809 Benjamin Bathurst, padre della contessa Emmeline, inviato dal governo inglese a Vienna in missione segreta, durante il viaggio scomparve e più nulla si seppe di lui. Solo quarantatre anni più tardi nel demolire una vecchia locanda sulla via di Amburgo, si rinvenne uno scheletro con la testa fracassata. Erano i miseri resti di Benjamin Bathurst.
Un altro drammatico lutto sconvolse l’infanzia della gentildonna. Nella primavera del 1824, alle splendide feste organizzate dall’aristocrazia romana e dalla ricca e colta colonia straniera a Roma, partecipava con entusiasmo la sua giovanissima sorella Rosa da tutti ammirata per grazia, brio e bellezza. Una passeggiata a cavallo lungo le sponde del Tevere segnò il suo destino. Oltrepassato Ponte Milvio, al cavallo della fanciulla mancò il terreno sotto le zampe. L’amazzone cadde nel fiume e fu travolta dai gorghi. Inutili le ricerche per recuperare il corpo. L’impressione a Roma fu enorme e sul mancato ritrovamento corsero strane dicerie. Oltre sei mesi dopo, una notizia percorse in un baleno la città: il Tevere aveva restituito la salma di Rosa Bathurst. Una semplice pietra segna la sua tomba nel cimitero acattolico di porta S. Paolo.
Personalità eccentrica e stravagante la contessa Emmeline Bathurst, forse negativamente influenzata dai tragici episodi familiari, era dedita a pratiche esoteriche. La leggenda popolare vuole la Villa Stuart, nota anche come “villa dei misteri”, scenario di accadimenti sospetti e apparizioni, nelle notti prive di luna, di un irrequieto fantasma dalle abitudini quanto mai aristocratiche e mondane. Altri spiritelli di origine più modesta si aggirerebbero nel cosiddetto “Casino degli spiriti”, risalente al ‘500, situato nel parco quasi all’ingresso della villa. Non lontano dall’edificio, ad esorcizzare presenze così inquietanti una piccola edicola ospita un Crocefisso dipinto su metallo a memoria della battaglia di Ponte Milvio e la vittoria di Costantino su Massenzio.
In tempi recenti la Villa Stuart, passata in proprietà dell’Ordine dello Spirito Santo (congregazione ospedaliera fondata nel 1170 alla quale Innocenzo III affidò l’Ospedale di S.Maria in Sassia, oggi di S.Spirito) venne trasformata in clinica privata e gestita dalle Suore Missionarie Serve dello Spirito Santo. Lo ricorda una lapide marmorea con l’iscrizione “E VILLA STVART AD TRIVMPHALEM” apposta nel chiostro del Palazzo del Commendatore nel Complesso di S.Spirito in Sassia.
Divenuta proprietà dell’imprenditore ed editore Giuseppe Ciarrapico, ed ora di Eurosanità s.p.a., insieme alla clinica Quisisana, è tra i gioielli della sanità romana e nota come la “clinica dei calciatori” per l’attività di grande prestigio che svolge nel campo della medicina sportiva.
Sul portone di ingresso in alto, campeggia ancora lo stemma della famiglia Siri, uno scudo crociato con due stelle e due gigli sormontato da un cimiero piumato recante la scritta “IO BAPTA ET ALEXANDER DE SYRIS MDCXXXI”.


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"Fantasmi e Menischi Storia di Villa Stuart" - L’edificio che ospita la «clinica dei calciatori» nell’Ottocento fu dimora di due spiritisti inglesi
(a cura di Marcello Viaggio - da ilGiornale.it del 19 Agosto 2009)

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